
Aryna Sabalenka, numero uno al mondo, ha pubblicato una serie di scatti topless sui suoi social media, scatenando un’ondata di reazioni che supera di gran lunga il contesto del tennis. L’episodio pone una questione antica sotto una nuova angolazione: chi decide come deve essere mostrato il corpo di una sportiva e a quali condizioni questa esposizione è una scelta personale piuttosto che un’imposizione mediatica.
Linee guida sull’immagine nello sport femminile: un quadro in costruzione
Prima di parlare di libertà o provocazione, un fatto merita di essere sottolineato. Da questo episodio, diverse federazioni e leghe femminili stanno lavorando esplicitamente su linee guida per l’uso dell’immagine delle sportive. Questi documenti distinguono la libertà individuale (pubblicazioni personali su Instagram, collaborazioni moda) dai contenuti utilizzati da club e sponsor.
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Il principio centrale di queste linee guida si basa su una validazione scritta sistematica e la possibilità di revocare il consenso in un secondo momento. In altre parole, un’atleta può autorizzare l’uso di una foto in un contesto specifico, per poi ritirare tale autorizzazione se il contesto cambia. La sfumatura sembra avere effetti concreti sul modo in cui i partenariati commerciali regolano i servizi fotografici, poiché le foto topless di Aryna Sabalenka hanno accelerato questa presa di coscienza all’interno di diverse istituzioni.
Questo quadro rimane comunque frammentato. Ogni federazione avanza al proprio ritmo, e le leghe nazionali non condividono tutte la stessa definizione di ciò che rientra nella vita privata o nell’immagine istituzionale di una sportiva.
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Diritto al muscolo e corpo femminile nello sport: ciò che la sociologia dello sport documenta
Il gesto di Sabalenka si inserisce in un movimento più ampio, documentato da ricercatrici in sociologia dello sport. La sociologa Florys Castan-Vicente descrive un accesso al muscolo ancora “complicato” per le sportive, nonostante una tendenza di fondo a rivendicare un corpo performante piuttosto che vendibile.
Il paradosso è noto: ci si aspetta che un’atleta sia potente in campo, ma i codici mediatici continuano a valorizzare un corpo femminile calibrato secondo criteri estetici ristretti. In forma, ma non troppo muscoloso, visibile ma non troppo esposto. Questa tensione attraversa tutte le discipline, dal tennis all’atletica.
L’imposizione del corpo “accettabile” nello sport femminile
Il dibattito attorno a Sabalenka cristallizza precisamente questa contraddizione. Le reazioni oscillano tra due poli:
- Coloro che vedono nel topless una forma di emancipazione, un atto di riappropriazione del corpo da parte della sportiva stessa, al di fuori dello sguardo delle federazioni o degli sponsor
- Coloro che vi leggono una riproduzione dei codici della moda e del marketing, dove il corpo femminile rimane un argomento di visibilità prima di essere uno strumento di performance
- Una terza lettura, meno mediatizzata, che sottolinea il divario tra la libertà mostrata sui social media e le restrizioni di abbigliamento ancora in vigore in alcune competizioni ufficiali
I dati disponibili non permettono di decidere tra queste letture. Esse coesistono, ed è precisamente questa coesistenza che rende il tema così difficile da ridurre a uno slogan.
Test di femminilità ai Giochi Olimpici 2028: il controllo dei corpi femminili torna alla ribalta
Nel marzo 2026, la presidente del CIO Kirsty Coventry ha annunciato il ritorno dei test genetici detti di “femminilità” per tutti gli sport femminili ai Giochi olimpici del 2028. Presentati come uno strumento di protezione delle categorie femminili, questi test riposizionano bruscamente il dibattito su chi ha il diritto di competere nello sport femminile.
Il tempismo non è casuale. Proprio mentre il topless di Sabalenka rilancia la questione dell’esposizione volontaria del corpo, il CIO reintroduce un dispositivo di controllo biologico che tocca all’identità stessa delle atlete. I due temi non riguardano la stessa cosa, ma condividono un punto in comune: la governance del corpo femminile nello sport rimane un terreno di tensioni irrisolte.
Il caso francese: un divieto giuridico che crea un divario
In Francia, questi test di femminilità rimangono giuridicamente vietati sul territorio nazionale. Questa situazione crea un divario concreto per le atlete francesi che partecipano a competizioni internazionali dove questi test sarebbero applicati. La questione di come le federazioni francesi gestiranno questa contraddizione non ha ancora trovato una risposta pubblica.

Social media e ritratto mediatico delle sportive: dove passa il confine
L’episodio Sabalenka mette anche in luce il ruolo dei social media nella costruzione del ritratto pubblico di un’atleta. Su Instagram, la giocatrice bielorussa controlla la propria immagine, sceglie i suoi angoli, le sue didascalie, il suo stile. Questa autonomia editoriale contrasta con il trattamento mediatico classico, dove le foto delle sportive sono spesso selezionate secondo criteri che sfuggono alle principali interessate.
La differenza è strutturale. Su un profilo personale, è l’atleta a decidere. In un articolo di stampa o in una campagna sponsorizzata, sono terzi a scegliere quale immagine servirà al racconto. Le linee guida per l’immagine in fase di elaborazione cercano precisamente di colmare questo divario, dando alle atlete un diritto di controllo contrattuale sull’uso della loro immagine al di fuori delle loro pagine personali.
Politica dell’immagine e autonomia delle sportive
La parola “politica” non è esagerata qui. Il modo in cui una sportiva sceglie di mostrare il proprio corpo è un atto di posizionamento in uno spazio pubblico ancora ampiamente normato da sguardi maschili e interessi commerciali. Sabalenka, pubblicando questi scatti, non si limita a posare: afferma una forma di sovranità sulla propria immagine, in un mondo dove questa sovranità è raramente acquisita.
Le reazioni sul campo divergono su questo punto. Alcune atlete di alto livello lodano questa libertà mostrata, altre ritengono che essa rafforzi involontariamente l’idea che la visibilità di una sportiva passi attraverso l’esposizione del suo corpo piuttosto che attraverso i suoi risultati. Entrambe le posizioni si basano su esperienze vissute, e nessuna può essere ignorata.
Il dibattito attorno ad Aryna Sabalenka non si chiuderà con un consenso. Si aggiunge a una serie di tensioni strutturali nello sport femminile, tra libertà individuale, quadro istituzionale e pressione commerciale. Il prossimo passo si giocherà probabilmente meno sui social media che negli uffici delle federazioni, dove le linee guida per l’immagine e i regolamenti di abbigliamento vengono negoziati lontano dalle telecamere.